Si diffondono sempre più i timori di una serie di bolle che stanno invadendo i mercati con Usa e Cina, oltre che Europa e Giappone, sempre più impegnate nella ricerca spasmodica di strategie per tenere a bada le numerose bolle che loro stessi hanno aiutato a creare con le politiche di sostegno all’economia. Un paradosso? No, se si pensa che dopo il tracollo di Lehamn e soprattutto l’esplosione della bolla dei subprime, poco o nulla è cambiato. A sottolinearlo anche Fabrizio Zampieri economista di Eurocom Investments di Dubai. La sua view, esposta in una lunga e interessante video intervista, parte dalla constatazione che il debito pubblico mondiale ammonta a quasi 51mila miliardi miliardi di dollari, per la precisione 50 mila e 862 miliardi e 710 milioni di dollari.

Tutti sotto il grande ombrello… del debito

Una società globalizzata su un solo fattore, l‘indebitamento esponenziale, che coinvolge non solo i piccoli paesi, quindi quelli che logica vorrebbe essere più “fragili” ma, sorprendentemente, proprio le grandi potenze, come Cina, appunto e Stati Uniti. In particolare questi ultimi, dopo aver sollevato più volte il tetto del debito (l’ultimo a 60 mila miliardi di dollari), chiamando a raccolta il Parlamento in sessione plenaria, hanno dovuto da tempo imbracciare una lunga e snervante battaglia con il proprio debito che già una volta è stato declassato, nell’agosto del 2011, da S&P, agenzia di rating che considerando l’ammontare della cifra e i pericoli incombenti allora (e verrebbe da dire anche oggi) sull’economia mondiale, ma anche e soprattutto sull’inadeguata politica di risanamento dell’economia ancora fragile a causa della crisi scoppiata proprio a Washington, decise di considerare pericoloso il decennale statunitense, da sempre benchmark per l’intero mercato obbligazionario. Scelta rischiosa, poi rientrata, ma che ha evidenziato come gli Usa non rivestano più il ruolo di colosso mondiale e di “faro della democrazia”, carica che lo Zio Sam da tempo si è autoassegnata. Un faro che non illumina più tanto, a quanto pare.

Il Giappone: crash annunciato?

Spostiamoci però dall’altra arte della Terra e inquadriamo per un attimo un’altro attore anche lui protagonista di un canovaccio da saltimbanchi, il Giappone. Dopo un ventennio di immobilismo, sia economico che mentale, Tokyo ha deciso di scrollarsi di dosso la polvere con un’azione che ha tre basi (svalutazione dello yen con accomodamenti monetari, riforme fiscali e interventi per favorire l’industria e l’export), le famose tre frecce che il primo ministro del Sol Levante, Shinzo Abe, ha evocato per rappresentare il piano che cambierà l nazione: tre frecce, infatti, secondo la leggenda nipponica, non possono essere spezzate. Purtroppo, però, le tre frecce in questione non sono nemmeno riuscite ad andare a segno visto che la nazione dell’Abenomics, adesso, è entrata ufficialmente in recessione. Evidentemente un segno che la ricetta del Quantitative Easing, anche se esportata ed adattata alle esigenze di un’altra nazione, non rappresentano necessariamente la medicina per guarire da tutti i mali. Infatti, anche Tokyo, come Washington, può “vantarsi” (se di vanto si può parlare) di un debito/Pil stratosferico che per il paese del Sol Levante tocca il 211%.

Davanti a tale cifra, persino i 2mila miliardi di euro dell’Italia, con il suo 135% di debito pubblico, arrossiscono.