Dov’era finito il caso Alexandria? Dove s’era nascosto il caso Santorini? A dir la verità sono sempre stati lì, mentre l’unica cosa ad essere mancata è stata l’analisi mirata, fatta per tempo, della stipulazione ed della comprensione dello scandalo che ha investito le piazze finanziarie lo scorso anno.
Sì, la confusione ha regnato sovrana in quello che la stampa ha più volte definito essere il maggiore scandalo della recete storia in ambito di derivati, concetto, di per se, già difficile ad essere metabolizzato. Due fatti, quelli riguardanti gli investimenti Santorini ed Alexandria, iniziati rispettivamente negli anni 2002 e 2006 che, dimostratisi molto meno performanti delle aspettative, hanno vincolato MPS a trovare degli escamotage per mascherarne la cattiva riuscita. In accordo con la giapponese Nomura, la banca senese ha stipulato un accordo per la vendita alla nipponica dell’investimento Alexandria, impegnandosi, dal lato opposto, a comprare tre miliardi di Buoni del Tesoro ‘asset swap’ della durata trentennale.
A seguito dello scambio siglato nel 2009, tuttavia, Mps si trovava ancora gravata di un’importante perdita in bilancio dell’importo di 220 milioni di euro. Dopo aver ricevuto in prestito dallo Stato italiano un capitale di 3 miliardi di euro, la banca senese ha potuto saldare la falla nata dall’operazione Alexandria (che vedeva come contro partita la tedesca Deutsche Bank), utilizzando la somma rimanente per colmare un altro buco di bilancio, connesso al poco lungimirante investimento in Santorini, e per acquistare parte dei titoli promessi a Nomura.

Tra Alexandria e Santorini

Alexandria, Santorini, Nomura ed infine lo Stato italiano. Tutto è bene quel che finisce bene verrebbe da dire. Verrebbe. Col concludersi del 2009, infatti, la senese Mps ha optato per la stipula di contratti derivati su tassi di interessi riguardanti attività già detenute in portafoglio. Con un fine ultimo che, presumibilmente, si può pensare fosse quello di ridurre l’importo degli interessi da pagare facendo leva sul differenziale fisso-variabile (modificando quindi i pagamenti per le attività in essere, passando da tassi del primo tipo, ad attività del secondo). Pagare fisso e ricevere variabile: in pratica un suicidio in un periodo di crisi come quello che dal 2010 ha investito le piazze e che ha visto le finanze di MPS depauperarsi sempre più con un tasso fisso rimasto ‘fisso’ ed un variabile divenuto inconsistente.
Il passo di lì al tracollo è stato breve. Colpa di Montepaschi? Certo. Colpa unicamente di Montepaschi? La Consob tedesca sembra non essere di questo parere…