Deputy Secretary of State Robert Zoellick pays...

 (Photo credit: Wikipedia)

Ad aprile il primo ministro Shinzo Abe annunciò insieme al nuovo governatore della Bank of Japan Haruiko Kuroda,  una serie di misure senza precedenti per stimolare la comatosa economia nipponica e far uscira la nazione dal famoso decennio perduto che ormai si stava prolungando al limite del ventennio. Lontani erano i fasti di quella che negli anni ’80 era conosciuta come la terza potenza al mondo e che adesso può vantare purtroppo per lei ben altri record, primo fra tutti il deficit Pil maggiore al mondo 230%. Ad ogni modo i primi risultati si sono ottenuti poche settimane dopo quando il 9 maggio, lo yen ha toccato quota 100 contro il dollaro. Un traguardo da tempo cercato anche perchè uno yen debole è il primo passo verso un export in recupero. Infatti l’economia di Tokyo è fortemente incentrata sulle esportazioni, naturale quindi che si pensi proprio alla svalutazione della moneta locale. i dubbi, però, non sono pochi. Prima di tutto un livello di inflazione piuttosto alto (il governo punta al 2%) avrebbe impatti giganteschi sulle importazioni soprattutto di energetici. Dopo il disastro di Fukushima, l’ex impero del Sol Levante ha visto aumentare in modo esponenziale l’importazione di energia, avendo di fatto sospeso tutti i progetti basati sul nucleare. A questo problema Abe risponde nel voler ripristinare l’energia atomica, con la “scusa” che il blocco previsto era nato sull’onda della forte emozione creata da un evento si disastroso ma assolutamente raro e imprevedibile.

Non solo, ma le conseguenze si stanno avendo anche sul piano internazionale. In atmosfera da guerra valutaria (termine da molti economisti rifiutato in linea teorica ma effettivamente presente su tutti i mercati nella pratica), il ministro dell’economia Akira Amari ha espossto le sue teorie nel rispondere alle accuse mosse alle sue intenzioni di svalutazione dello yen: quelle che gli altri considerano come una manipolazione volontaria della moneta, per il rappresentante politico sarebbe, in realtà, un’interpretazione errata. Infatti più che una debolezza dello yen gli economisti devono considerare un apprezzamento del dollaro sull’onda di una ripresa economica statunitense ormai innegabile anche alla luce dei numerosi dati economici che confermano, ogni volta, una ripresa di Washington, sebbene a piccoli passi, tanto da far pensare alla Federal Reseve, che prima di tutti intervenì all’indomani dello scoppio della crisi del 2008 e che perciò prima degli altri può ora raccogliere i risultati delle sue politiche di allentamento monetario, l’inizio di una exit strategy. In altre parole: non è lo yen che si è indebolito, ma è il dollaro che si è rafforzato.

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